Conti deposito e libretti di risparmio

Oggigiorno, con la caduta libera dei tassi di interesse a favore dei clienti delle banche, risulta difficile trovare la soluzione giusta non solo per l'investimento ma anche per il semplice risparmio, anche rivolgendo lo sguardo a prodotti bancari e postali che un tempo attiravano una moltitudine di sottoscrittori per la loro convenienza.

Un confronto tra conti deposito e libretti di risparmio può dare l'idea di quanto oggi sia difficile parlare seriamente di rendimenti a favore del consumatore. Certamente anni orsono le cose stavano ben diversamente e si poteva letteralmente guadagnare dal semplice deposito di denaro in banca o alle Poste, al più rinunciando al proprio capitale per un certo periodo di tempo prestabilito.

Intanto, i libretti di risparmio consistono in documenti associati a depositi a risparmio che possono essere sia bancari che postali, dove vengono annotate tutte le operazioni che riguardano tali depositi, quali quelle di versamento e di prelievo di denaro da parte del cliente e quella di accredito degli interessi creditore da parte della banca.

Una volta i libretti di risparmio garantivano al risparmiatore italiano rendimenti degni di nota, con tassi di interesse che arrivavano anche a punte dell'8%, una vera manna dal cielo non solo per se stessi, ma anche per i propri cari; ha infatti radici lontane nel tempo la consuetudine di aprire, ad esempio, libretti di risparmio al portatore per mettere da parte soldi per i propri figli o per i propri nipoti, con la possibilità di accedere al denaro depositato in banca o alla Posta con estrema facilità, semplicemente esibendo il libretto.

Arrivati al 2017, i libretti al portatore vanno in pensione per ragioni legate alla lotta al riciclaggio, ma questo tipo di libretti, al pari dei libretti nominativi che li andranno pian piano a rimpiazzare, almeno in parte, non offriva rendimenti apprezzabili ormai da anni, con tassi di interesse scandalosamente vicini allo 0,01%, e tutto ciò dimenticandosi per un attimo che sui rendimenti teorici bisogna pagare la ritenuta fiscale, insomma le tasse per le casse dello Stato, ma non solo: a volte occorre pagare anche l'imposta di bollo, sempre a favore delle casse dello Stato.



I rendimenti pressoché nulli dei libretti di risparmio in tutte le loro forme dovrebbero quindi far propendere verso la sottoscrizione di conti deposito, ma anche in questo caso bisogna fare alcune considerazioni con un riferimento al passato, alla crisi economica e finanziaria e alle misure messe in atto dalle Istituzioni per contrastarla.

I conti deposito, soprattutto quelli online, fino a pochi anni fa offrivano ai sottoscrittori tassi di interesse di tutto rispetto, che arrivavano anche al 5% lordo annuo. Si trattava di un modo, per le banche, di attrarre a sé nuovi clienti a cui successivamente proporre altri prodotti per loro più convenienti, con maggiori margini di guadagno, ma anche un modo funzionale per attingere a nuova liquidità.

Con la crisi attuale e con alcune misure per contrastarla, quale l'introduzione del Quantitative Easing, le banche sono state spinte a ridurre sempre più i tassi di interesse a favore dei loro clienti. Il Quantitative Easing, in particolare, ha portato ad un minore interesse delle banche nella ricerca di liquidità, dato che la misura prevede proprio l'immissione di liquidità nelle loro casse mediante l'acquisto massivo di Titoli da parte dello Stato, al fine di spingerle ad incrementare le risorse per il credito da concedere a famiglie e imprese.

In sostanza, quindi, anche i rendimenti percepibili con un conto deposito si sono abbassati notevolmente rendendo questo strumento sempre meno interessante, con tassi di interesse che oggi si attestano quasi esclusivamente sotto l'1% lordo annuo, anche per depositi vincolati, e avvicinandolo quindi sempre più al libretto di risparmio bancario o postale in termini di rendimenti. Ciononostante, però, dati alla mano, conviene comunque investire in un conto deposito anziché puntare su un deposito a risparmio con un libretto di risparmio, che in pratica oggi non offre alcun rendimento.

D'altronde, dal punto di vista dello Stato, sono tutti e due veri e propri strumenti di investimento e per questo motivo vengono tassati nel massimo modo possibile, con una ritenuta fiscale oggi pari al 26% degli interessi. Ben diverso è, ad esempio, il caso dei Titoli di Stato, che oggi vengono tassati allo 12,50%, ma che offrono comunque anch'essi rendimenti molto modesti.

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