Spread e conti deposito

Qualche anno fa, in un periodo particolarmente buio per la politica e l'economia italiane, la parola spread era all'ordine del giorno, sulle prime pagine dei giornali e in ogni edizione dei telegiornali, senza contare la risonanza mediatica che l'argomento aveva su Internet, il tutto, spesso, condito da una buona dose di esagerazione nonché di una certa dose di allarmismo.

In quel periodo lo spread era stato preso come elemento di misura di una situazione finanziaria disastrosa e bastava una sua piccola variazione, un suo piccolo aumento, per gettare sconforto tra i cittadini ed alimentare la negatività di una situazione in essere insostenibile per le famiglie e le imprese italiane; tale congiuntura avrebbe successivamente condotto alla grande crisi di questi ultimi anni, ben più drammatica di quella che inizialmente si era prefigurata quando la parola spread era sulla bocca di tutti.

Innnanzitutto lo spread consiste nel differenziale tra i BTP italiani e i Bund tedeschi ed è, di fatto, un importante indice per la comprensione dello stato d'essere del mercato finanziario, dello stato di salute di una nazione e, nello specifico bancario, dell'oscillazione dei tassi di interesse dei conti deposito, che potrebbe servire per pronosticare se il tasso di interesse offerto da una certa banca per un conto deposito potrebbe aumentare o diminuire nel breve e nel medio periodo.



In pratica, però, oggi si può constatare quanto questo indicatore, considerato da solo, non sia sufficiente a descrivere la situazione economico-finanziaria di un Paese; in Italia lo spread è ad un certo punto drasticamente diminuito, tornando ad oscillare entro limiti di guardia, eppure la crisi è aumentata, e di molto, circostanza nefasta innegabile, sotto gli occhi di tutti. Lo spread, quindi, aveva la sua importanza nel contesto dato, ma in senso assoluto non può determinare con precisione un trend quale quello dei tassi di interesse, che nel tempo, in varie circostanze, hanno dimostrato di variare a prescindere da tale parametro.

Chiaramente, a determinare il tasso di interesse medio ottenibile oggi sottoscrivendo un conto deposito, concorre una moltitudine di parametri e di circostanze, che possono tranquillamente rendere lo spread pressoché ininfluente per le varie stime sull'andamento dei tassi. Si pensi al Quantitative Easing introdotto da Mario Draghi, che da solo ha incrementato la liquidità delle banche a tal punto che esse non hanno più bisogno impellente di attingere ai risparmi dei cittadini, portando quindi ad una brusca diminuzione dei tassi di interesse dei conti deposito proposti.

Quel che si può dire con buona certezza è che uno spread basso concorre a delineare un quadro finanziario italiano meno turbolento di quello che si fotograferebbe con uno spread alto; se ad esempio, a partire da un certo valore elevato degli interessi dei BTP a 10 anni, si assistesse ad una importante riduzione degli interessi offerti, allora, nel caso in cui gli interessi dei Bund tedeschi non crollassero di pari passo e si mantenessero quindi più o meno costanti, il differenziale tra i due tipi di titoli di Stato si ridurrebbe e la situazione finanziaria sarebbe più tranquilla.

Relativamente ai conti deposito, con le limitazioni di cui sopra, si potrebbe dire che, in generale, all'aumentare dello spread, e quindi degli interessi ottenibili con i titoli di Stato, aumenterebbero i tassi di interesse offerti dalle banche per la sottoscrizione di un conto deposito, secondo un meccanismo concorrenziale che mette in gioco le banche e lo Stato; in sostanza, le banche, per attrarre a sé nuovi clienti e nuova liquidità, dovrebbero offrire rendimenti maggiori di quelli offerti dallo Stato. Viceversa, se gli interessi ottenibili con i titoli di Stato si abbassassero fino a toccare lo 0%, come d'altronde avviene oggi, verrebbe meno l'interesse delle banche a proporre tassi alti, concorrenziali.

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